Giorgio 的个人资料PAROLE DI UNA MENTE IRRE...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
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11月24日 Pensieri di un viaggio di ritorno(scritti di getto durante il viaggio di ritorno da Marsiglia)
Riapro gli occhi, dormivo. Fuori dal finestrino vedo la neve. E’ tornata… anche quest’anno, quanto l’ho aspettata. Dolce amica di sempre, fedele compagna della mia anima fredda, lenitiva speranza del mio sguardo di bimbo. Hai sempre saputo posarti su di me come una pelle gelida di puro tepore, per tener compagnia al mio cuore ghiacciato, intorpidito. Il treno mi riporta verso casa, dopo 5 giorni di assenza, eppure la stazione in cui vorrei scendere non è la mia. Amica neve, hai deciso di riapparire oggi, hai voluto accogliermi per il rientro, hai forse intuito che qualcosa non va? Hai ragione, cara amica, perché l’animo mio sente freddo, come una volta. Perché non voglio tornare a casa. Perché è soltanto un edificio di muri e finestre, adesso, e questo non mi basta. Perché il mio posto è altrove ormai. Perché il mio cuore non si sente più a casa. Tristemente guarda te, bellissima e materna, fuori dal finestrino. E gli occhi miei si spengono, in contrasto col bianco manto. Quanto è brutto scoprire che, per la prima volta in 23 anni, nemmeno la neve sa restituirmi il calore. Perché il bambino che è dentro di me non sorride più…? La strada per la felicità, stavolta, è ancora più difficile...
[La neve non ha atteso il mio ritorno a casa… si è sciolta prima che arrivassi in stazione. Perché lei mi conosce da sempre… e mi conosce davvero.] 11月10日 MiraggioRiesco a vederla… […posso quasi sfiorarla con un dito…] Ho timore di pronunciarla, perché potrebbe andarsene improvvisamente; come è accaduto in passato, soffiata via dal vento di una nuovo temporale, portata lontano da me. In questo perenne movimento atmosferico che è la mia anima e il tempo inarrestabile del nostro mondo. Parole e frasi potrebbero essere scritte per descrivere i fotogrammi del mio animo perplesso… sorridente, ancora incredulo. Ma lascio spazio al silenzio e allo sciogliersi dei pensieri, i miei e quelli di chi sta leggendo, di chi sta vivendo, di chi sta aspettando. E’ una piccola cosa… eppure riesce a spiazzarmi. Impresa non facile, davvero. E’ così bello, anche se raro, trovare qualcosa in grado di sorprendermi… Per il momento la vivo così. Come un miraggio che so essere reale, ma allo stesso tempo avvolto da uno strato leggero di irrealtà, un’impalpabile consapevolezza. Una contrapposizione ancora… in fondo, questo sono io. 10月13日 Il suonatore di trombaE’ tempo di prendere delle decisioni importanti. La domanda che mi accompagna da giorni, settimane, è sempre la stessa. Qual è la scelta giusta? E mi domando, oggi, se una scelta giusta esiste davvero. Il cuore e la mente prendono strade diverse, e non so quale seguire. Unico suono, nella nebbia dei miei pensieri, è quello di una tromba… unica guida da quando mi sono perso… Qualche tempo fa confidai ad una persona che ritenevo speciale un mio piccolo, sciocco desiderio. Mi piacerebbe imparare a suonare la tromba, ammisi. Io però non sono portato per la musica, per le note. E’ un mondo a cui non appartengo, non fa per me. Sorrido all’idea di vedermi con una tromba in mano, questo è vero, ma… nulla di più. Un giorno questa persona mi regalò una piccola tromba di metallo, allegando a questo gesto un pensiero che non posso dimenticare. Come il suono di questo strumento, altri sogni e desideri posso sembrarmi lontani e sfocati, quasi irraggiungibili. Donandomi la piccola tromba, ha voluto ricordarmi che, se lo voglio, posso raggiungere qualsiasi obiettivo, posso superare qualsiasi ostacolo come ho fatto tutte le volte che le difficoltà della mia vita mi hanno sbarrato la strada… ha voluto ricordarmi che io posso diventare chi voglio, se davvero è quello che voglio. Decisi di legare la piccola tromba ad un laccio, per poterla portare al collo il giorno in cui avrei avuto bisogno di non dimenticare questo pensiero. L’ho tenuta al collo ieri, per la prima volta… l’ho stretta forte con le mani per non scordare quella sensazione, per ritrovare la mia sicurezza… l’ho tolta solo quando ho capito quello che realmente desideravo, pronto ad affrontarne le conseguenze. E ancora una volta, non senza stupore, mi passa per la mente uno strano pensiero. Forse… forse posso davvero imparare a suonare la tromba… eppure, mi sembra così assurdo. 9月29日 Inquieto e confusoInquieto e confuso, oggi mi sento così. Ultima consapevolezza prima di dormire e primo pensiero di questo nuovo giorno, che segna per me un altro inizio, contemporaneamente due linee di partenza prima di staccare il piede da terra. Con lo sguardo opaco guardo fuori dal finestrino, mentre vado a lezione, la musica mi fa compagnia ma non dà la quiete che cerco. Animo in subbuglio, trattiene il respiro incapace di parlare, come un bambino che singhiozza in un angolo buio della sua stanza. Stanchezza di spirito. Tremore alle mani, come quando battevo i tasti sulla tastiera, ogni lettera uno sforzo per scardinare quella porta a doppia mandata. Un solo grido lacerante, stanotte, che mi muore in gola quando tento di urlare ancora. Un solo grido lacerante dopo che le parole hanno smesso di scorrere, quando nella mia stanza sono rimasto solo. E resto immobile, impotente, osservando incredulo la parete che si sgretola, che crolla con un silenzioso assordante boato. Solo l’animo mio riesce ad udirlo, distinto, in questo chiasso da assenza di rumore. Ai miei piedi solo polvere e mattoni, ignoti testimoni di una scelta di vita. Camminando per la strada, oggi, vorrei avere una cravatta per poterla un po’ allentare. Per poter fare quel gesto, per poter essere libero di sentirmi soffocare, per poter credere anche un solo istante che il respiro che mi manca sia dovuto ad un nodo troppo stretto, e non a qualcos’altro. Vago invece, inquieto e confuso… vivendo di sogni che non voglio realizzare, dopo aver riaperto gli occhi nel mondo reale. Inquieto e confuso, incapace di parlare. Inquieto e confuso, perché non voglio ricordare. Inquieto e confuso, ancora una volta. E' inevitabile… sono il degno prigioniero di una mente irrequieta. 9月21日 AutunnoOltre la banalità del titolo c’è altro. Scrivevo così un anno fa: “Siamo quasi al termine di settembre… mancano pochi giorni. Oggi c’è stata la prima pioggia autunnale e l’inizio delle lezioni si approssima, anche se non dovrò seguirle per il momento. Le scuole hanno riaperto e i ragazzini invadono gli autobus all’ora dell’uscita, cosicché mi trovo schiacciato nella ressa ogni giorno andando a lavorare. Si comincia a vestirsi pesantemente, con maniche lunghe e felpa, e alzarsi la mattina diventa ancor più faticoso, come spogliarsi per andare sotto la doccia. Tornano gli amici lontani. Si guardano le foto dell’estate, e sembrano passati mesi… gli amici si vedono di rado, il tran-tran investe le giornate e il tempo libero diventa ulteriormente gustoso da trascorrere. Alle 8, quando stacco, è già buio. Alla stessa ora, un paio di mesi fa, si cenava all’aperto con la luce chiara della sera. Faccio fatica a pensare che un nuovo anno è iniziato… perché io ragiono ad A.A. o A.S. (Anno Accademico o Anno Scolastico) e non tengo conto dell’anno solare. Un altro ciclo di dodici mesi ha preso avvio, ma stavolta è scivolato così lentamente di fianco a me, di soppiatto, che quasi non me ne stavo accorgendo. Inoltre, il tempo è scandito diversamente per me, in questi mesi. L’esperienza lavorativa di certo ha dato uno scossone al mio ritmo di vita, le settimane corrono. E quest’anno molte cose cambieranno… lo sento, l’ho detto e lo ripeto. Nuove sfide, nuovi obiettivi, nuovi inizi. Nuove prospettive e spero nuove amicizie. Nuove energie e nuovi stimoli. Ma soprattutto… nuove esperienze. Volerò sulla città, come nel mio sogno ricorrente… crescerò, ancora. Respirerò aria diversa, sfrutterò le mie energie, vivrò solo per me, giorno per giorno. E ci crederò… Siamo quasi al termine di settembre, e mi domando quale anno si prospetta per me nel prossimo futuro. Solo sensazioni… ma in verità non ne ho la più pallida idea.” Oggi l’autunno entra ufficialmente nelle nostre vite, ancora una volta. Oggi, una giornata come tante con un cielo grigio e triste, mi ci posso specchiare. Ad un anno di distanza, che cosa scrivo? “Siamo quasi al termine di settembre. Ed io mi sento confuso.” Perché non riesco a scrivere altro? Molte delle cose che mi aspettavo da questo ultimo ciclo sono accadute veramente. Nuove esperienze, nuove amicizie e vecchie amicizie riscoperte. Sfide ed obiettivi raggiunti. Ostacoli, quelli non mancano mai. Ma soprattutto, nuovi modi di essere, di vedere le cose. Nuovi punti di vista e sensazioni che cambiano le persona che sei. Che eri. Nuove realtà che allargano la visuale, in un continuo rimettersi in gioco. E’ proprio questo che accade, oggi. Mi rimetto in gioco. Lo sto facendo. E gli ostacoli si moltiplicano, ma stavolta qualcosa è cambiato. Non riesco a scorgere fremiti di timore sotto la mia pelle. Non riesco ad inalare l’odore della paura. L’inquietudine è un ricordo che appare solo raramente, nelle notti silenziose, come un ricordo. Perché? Forse la rivoglio indietro. Ma questo non ha senso. Ci riprovo: “Siamo quasi al termine di settembre. E mi domando se sono pronto per un nuovo cerchio. Ma poco importa, in realtà. Il ciclo inizia comunque, con o senza di me… tanto vale prenderne parte, viverlo come si è in grado di farlo, magari nel frattempo cercare di capire qualcosa in più, di ottenere qualche risposta. Presto riprenderò il ritmo quotidiano, quasi appartiene ad un’altra epoca per me. Molte cose cambieranno, altre invece non possono cambiare. Prenderò decisioni importanti e forse affronterò qualche spettro. Non so se volerò, ne dubito. Al massimo posso provare a saltare molto in alto. Tutto a suo tempo… si vedrà.” Ecco l’autunno. Ciclico ripetersi, inevitabile. La malinconia è arrivata anche qui, come le foglie secche che cadono dai rami. Altri venti l’hanno trasportata ma sempre della stessa lenta melodia si tratta. Eppure, questa stagione ha i suoi lati postivi. Colori caldi che preparano all’inverno. Aria di ricordi. E altro. 9月9日 Eterno ritornoQuesta è la sensazione che non sentivo da un po' tempo. E la trovo cambiata, mutata, irriconoscibile. Di primo impatto è sempre la stessa. Inattesa arriva, bussa alle tue spalle e si siede accanto a te. Inaspettata ti prende, ti si avvinghia attorno al corpo e ti fissa, ti studia, cerca di cogliere il fremito dietro ai tuoi occhi, si nutre del tuo sguardo vacuo per la sua nuova vittoria. L’impatto iniziale è inconfondibile… in questo modo tu la senti, la percepisci, come se odorasse di ricordi lontani. E non puoi fare nulla, non si scappa. Ma è il seguito che conta davvero… la vera battaglia comincia dopo, quando dalla tua sedia ti alzi e riprende lo scorrere delle tue giornate. Perché il Tempo non si lascia ingannare dalla compagnia effimera delle emozioni umane, esseri imperfetti. Esso cambia le cose, cambia le persone… vivo oggi diversamente questo senso di vuoto, prova tangibile di una realtà che distrattamente si occupa di noi, immagine chiara di un ripetersi che ha preso forma nella mia mente, tratti di carboncino sfumato con le dita. Una consapevolezza che mi rende più forte. Un’abitudine ormai… triste abitudine che anestetizza i sensi. E’ l’impatto che poi… svanisce. E ti ritrovi a chiederti cosa importa in realtà, con vago disinteresse; e stupore per averci creduto, quasi fosse accaduto un secolo fa. Come se fino a quel giorno… [...fossi stato un bambino…] Prendo in prestito l’immagine del serpente di Nietzsche, emblema dell’”eterno ritorno all’uguale”. Non mi va di spiegarne il motivo. Al lettore la facoltà di interpretare questa mia scelta. O di creare una propria interpretazione. 9月1日 Rimango solo con la mia insonnia...E così, anche stanotte non si dorme… Resto sveglio, ancora una volta, mentre la casa e il suo silenzio assecondano la notte. Il mio gatto è sul letto, nella mia stanza, senza di me. Alla luce della lampadina strizza gli occhi e mi guarda perplesso. Scendo nella stanza più fresca della casa, ma sento caldo ugualmente. Rimango solo con la mia insonnia, come avveniva tante notti addietro, come non accadeva da parecchio tempo. Mi addentravo tra moltitudini di vaghi pensieri, sogni e congetture, riflessioni e preoccupazioni, trascorrevo le ore così, molte notti fa che sembrano anni o decenni. Rimango solo con la mia insonnia, di nuovo, stanotte, ma qualcosa è cambiato. Dove sono finiti i miei vorticanti flussi di coscienza, i miei stream of consciosness senza una meta, immancabili compagni di un’intera vita da solitario? Che fine ha fatto il mio costante bisogno di risposte, che fine hanno fatto i miei perché? Rimango solo con la mia insonnia, resto qui e ascolto il silenzio della casa, il silenzio della notte, il silenzio dei miei pensieri… la mia mente è ferma, non un guizzo, non uno sciabordio sulla superficie, solo qualche increspatura dell’acqua calma sulla quale sembra riflettersi una luna pallida e sfocata, e una figura sulla riva che forse attende l’alta marea... Niente riflessioni, niente flussi contorti di pensieri angosce e paure, speranze sogni ricordi, niente di tutto ciò. Solo un silenzio che esprime la quiete, prima del cambiamento…
8月27日 Just LondonLondra è… semplicemente Londra. Potrei usare moltissime parole per descriverla, ma non ne coglierei mai la piena essenza. Come un piccolo mondo a sé stante, tutto particolare, con ritmi e regole proprie, la città si basta da sé. E non si ferma mai. Cerco parole adatte, ma non le trovo. Mi limito quindi a ricordare alcune delle piccole cose che hanno reso speciali questi 5 giorni appena trascorsi, singolari e curiosi. L’ampiezza dei parchi, isole di pace circondati da enormi alberi di mattoni e cemento; le luci insonni di una città che non dorme mai; il grande orologio che almeno una volta nella vita quasi tutti i bambini hanno sognato di vedere dal vivo, e il suono del rintocco che rimbomba alle 23 spaccate, nell’oscurità della notte; la nervatura sotto il suolo della città, agile e veloce, che ti fa sentire vicino ad ogni luogo, a pochi passi da qualsiasi cosa; i grandi sassi e la fobia relativa; la cultura immensa nell’enorme British Museum, che quasi stordisce; il sapore unico di un hot-dog appena comprato ad un chioschetto sul limitare del parco; le pinte di birra e le mezze pinte, per il solo gusto della compagnia; i denti della Terra disegnati su una cartolina di Stonehenge; la libertà di poter fare ciò che si vuole, senza essere giudicati; l’incredibile melting pot; i momenti per le risate e i momenti per i discorsi impegnati; il brivido della trasgressione in una stanza d’albergo, con tazze per il vino (poi spanto sulle lenzuola) e due soli letti per tre persone; la colonna sonora offertaci da cantanti donne esordienti (tra cui il singolo “Ken Lee”); la dieta all’ingrasso e al rigonfio; le subdole bibite attentatrici o avvelenatrici; e molto altro… Nuovi ricordi che porterò con me, e con le due persone con cui ho condiviso questa esperienza… 8月11日 Due voci nel silenzioG: “Com’è fresca questa serata… senti che silenzio, non c’è nessuno in giro a quest’ora e tutto tace.” X: “Hai ragione, è stata una buona idea quella di piazzarci qui sull’altalena, si sta bene e non c’è afa. Se almeno si vedessero le stelle… avrei portato una coperta per stendermi e guardare il cielo…” G: “Non lo faccio da anni…” X: “Da quando eri bambino?” G: “Sì, in agosto ero sempre in montagna con la mia famiglia. Ci sdraiavamo sul prato fuori casa e aspettavamo che le stelle cadenti attraversassero quello spazio di cielo sopra di noi… oppure al mare, con gli amici, sul bordo della piscina e con il naso all’insù. Parlavamo di qualsiasi argomento… era un momento magico.” X: “Lo so, è una cosa che racconti spesso.” G: “Perdonami, a volte sono ripetitivo. Sai, una notte ho chiesto ad una stella il pupazzo di una tartaruga ninja… com’erano semplici i miei sogni di bambino!” X: “Ed ora, cosa domanderesti?” G: “Non ti so rispondere… forse la serenità, ma sarebbe un desiderio sprecato.” X: “Nemmeno io ci credo più, ormai.” G: “…questo non mi stupisce…” X: “Pensi che le cose cambieranno mai?” G: “Perché, non sei soddisfatto di come stanno andando?” X: “Non lo so… sinceramente non lo so. E tu?” G: “Io non mi lamento. Non è un periodo entusiasmante, questo è vero, ma nemmeno così pessimo. Tutto sommato potrebbe andar peggio, fidati! Questa calma è un lusso per noi…” X: “Forse hai ragione… ma certe volte mi manca l’aria…” G: “……….” X: “Certo, so come la pensi. Mi sta bene.” G: “Davvero?” X: “Sì. Anche se, a volte… vorrei tornare a gridare…” G: “Zitto!! Non senti che bel silenzio, non riesci a godere di questa pace notturna? Vorresti davvero guastarla con le tue grida? E poi, guardati intorno… non c’è nessuno che può sentirti, le strade sono deserte, e la gente nella case qui vicino sta dormendo.” X: “Sono uno sciocco…” G: “No, non lo penso.” X: “Le stelle non appaiono… che facciamo, torniamo a casa?” G: “Perché? Si possono osservare anche le nuvole…” X: “Danno un senso di leggerezza, vero? Di libertà…” G: “In realtà io sto notando la sfumatura, quella strana tonalità di grigio… è un colore che ho cominciato ad apprezzare. Se ci pensi, mantiene il giusto equilibrio tra il bianco e il nero, eppure guardando le stelle si tende a dimenticarlo.” X: “Ma io le stelle non le vedo… e, sinceramente, non riesco a vedere nemmeno le nuvole… stiamo guardando nello stesso punto?” G: “Sì, proprio sopra di noi. Forse dipende dal punto di osservazione, chissà.” X: “Forse… ma standocene qua non lo sapremo mai.” G: “Io resto, se tu vuoi andare vai… l’altalena mi rinfresca, sto bene qui.” X: “Non sei stanco di andare su e giù, su e giù? Io scendo.” G: “Prima o poi ci rimonterai.” X: “Lo so…” G: “Che fai? Non vai più? Non preoccuparti per me, puoi lasciarmi solo, non è un problema.” X: “A che servirebbe? In fondo, lo sai anche tu, dobbiamo tornare verso casa insieme…” G: “Hai ragione… rimaniamo ancora un po’, e dopo ti accompagno.” X: “No… ti accompagno io. Scegli tu la strada.” G: “D’accordo… grazie per aver capito.” X: “Come potrei non farlo…? Ora però sto zitto… ti lascio ascoltare il silenzio…” G: “Ascoltiamolo insieme… ti va?” 7月26日 Ho sognato di essere un X-MenStanotte ho sognato di essere un X-Men. Ma non subito… no, non subito. Quando mi sono disteso sul letto faceva caldo… ricordo di aver pensato di levarmi la maglietta, ma poi non l’ho fatto. E’ stato un attimo, ed ero già nel regno di Morfeo. E via, l’inconscio si è scatenato. Mi sono ritrovato in Sardegna, o meglio… in un posto che non aveva nulla a che fare con la Sardegna, niente mare, niente sole, niente paesaggi da ammirare, era un luogo chiuso come un set televisivo, una città simile a quelle che ho incontrato a Las Vegas, costruite tra le mura dei giganteschi hotel tematici. Che ci facevo lì? E’ facile, ero andato a trovare Massimiliano, il mio amico dell’isola. Nel sogno non ricordo precisamente quello che accadeva, oltre a lui c’era la sua famiglia, ma non mi viene in mente altro per il momento. Eppure… questo sogno non era abbastanza strano per uno come me. No, evidentemente il mio inconscio non era soddisfatto, perché dopo ha cominciato a sbizzarrirsi come al solito suo. Solo sogni assurdi per me, è la regola. Trame irreali, senza senso, storie complesse e intricate, questo è il mio standard. Al risveglio spesso devo trascrivermi i punti salienti, per non dimenticare e poter raccontare il sogno agli amici, per il loro divertimento e, lo ammetto, anche per il mio. E così sono diventato un X-Men. Non ricordo come, quando, perché è successo. Talvolta ci sono passaggi oscuri, nei nostri sogni, gli eventi cambiano, si mescolano, le facce si trasformano, le persone si sostituiscono con altre, muta l’intero scenario senza che ce ne rendiamo effettivamente conto finchè ormai non è accaduto. Mi sono ritrovato con una specie di artiglio alle mani in perfetto stile Wolverine, o meglio non proprio “perfetto” come stile poiché questo artiglio consisteva semplicemente in un cavo di metallo avvolto alle mie mani e posizionato in modo che l’estremità fungesse da arma. I miei unghioni metallici erano danneggiati e avevo dovuto arrangiarmi così (è la prova che anche con poteri mutanti sarei comunque destinato ad essere sempre sfortunato…!), mentre il nostro capo organizzava una battaglia che era inevitabile, contando i combattenti a disposizione. E cominciava un torneo. Avete presente le gare che si svolgevano all’inizio della serie dei Cavalieri dello Zodiaco? Ecco, una cosa del genere… ed io mi preparavo allo scontro, controllavo che l’artiglio fosse efficacemente posizionato, testavo le mosse di attacco fendendo l’aria, e vivevo la preoccupazione prima della lotta. Questo è solo l’ultimo della serie di sogni che il mio cervello produce, e non è nemmeno così strano… trama semplice, irreale certo ma comunque basata su qualcosa di già visto. I sogni veramente assurdi, quelli originali davvero, non li ho mai scritti qui, in questo spazio… non so perché… sinceramente non conosco nemmeno il motivo che mi ha spinto a raccontare per scritto quello di stanotte. Me lo domanderò, e magari troverò una risposta. Devo dire che, in un certo senso, mi ha divertito essere un X-Men… credo che lo rifarò. Sì, credo proprio che lo rifarò. Certo, avrei preferito essere l’Uomo Ghiaccio o Nightcrawler, ma non si può avere tutto. Chissà, forse la prossima volta… 7月5日 Cardio howlSe fosse facile fare così Tapparsi le orecchie con entrambe le mani Vibrare dentro ma fuori immobile Il corpo non sente ma l’animo sa Che il mio cuore grida Grida di rabbia, di rancore, grida Di cento parole dal colore scuro Di vecchie ferite e di crepe nel muro Di inutili sforzi per cambiare un moto perpetuo Di rassegnazione e di pagine vuote Semplicemente bianche all’occhio comune Il cuore grida, ulula alla luna In un cielo notturno che non mi accoglie più Stelle che non vedo da anni Da quando col naso all’insù dal bordo della piscina Le guardavo, toccandole con gli occhi Cuore che suda, gocce dense di illusioni opache Come vetri sporchi che non vanno in pezziFino a che non sferri un pugno di rabbia E li tingi di rosso, forse per sempre Cuore piangente, ormai sempre di menoIn questa realtà in cui l’uomo non piange Anche il suo cuore, prima o poi, smette di farlo Nell’ultimo disperato tentativo di protezione Dal suo stesso ululato, suono inaccettabile In un mondo di persone che non sanno più soffrire
Il mio cuore grida Grigie figure senza una forma Ed io non manco Di tendere l’orecchio… 6月19日 Fortuna o talento?"Chi disse «preferisco avere fortuna che talento», percepì l'essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro, con un po' di fortuna va oltre e allora si vince, oppure no e allora si perde." (frase di apertura tratta dal film Match Point)
Messaggio semplice, diretto. Senza troppi giri di parole. Da subito mi è piaciuto lo stile disinvolto di questa affermazione. Non nego di averlo pensato anch’io, a volte… anzi, spesso. In altri momenti la penso diversamente, mi convinco che la fortuna non può scombinare le nostre vite come se giocasse una partita a poker. Eppure sono quasi certo che sia più un volerci credere piuttosto che un esserne realmente convinto. Perché, mi dico, non è giusto che le cose vadano bene o vadano male senza un criterio valido; ma la vita riserva brutte sorprese anche e soprattutto a chi non se le merita. Così ci si ritrova sempre allo stesso tavolo, con una mano di carte davanti, un mazzo coperto al centro; e non resta che giocare… non c’è altra possibilità. Che sia un gioco d’azzardo con le carte o una partita di tennis, poco conta. Fortuna e talento, fortuna e meriti, fortuna e capacità… talvolta si tratta di una sfida ad armi impari. Perché la sorte non ha nulla da perdere e vince sempre. Resta solo da domandarsi “preferisco avere fortuna che talento? O mi tengo le oneste capacità di cui sono dotato, e al diavolo la fortuna?”. È un confronto con la propria coscienza, un faccia a faccia contro la volontà (o necessità?) di non credere all’irrazionale convinzione che qualcosa fuori dal nostro potere possa condurre le nostre esistenze su binari del tutto casuali. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo dall’altro lato il “disonesto” ma legittimo desiderio di sentirci fortunati, senza diritti né meriti. Temo che, qualsiasi scelta si faccia o qualsiasi posizione si prenda, non si possa evitare di rimanere con l’amaro in bocca. Vuoi per l’ingiustizia di una sorte sadicamente ironica, vuoi per l’insoddisfazione del guadagno senza meriti di fatto. In questa partita non si vince, in questo dibattito interiore non si arriva ad una soluzione unanime… …e il dubbio resta, nonostante tutto. 6月13日 Anche i segreti diventano pubbliciLa tv trash ha raggiunto livelli vagamente inquietanti. Stasera hanno trasmettesso in prima serata un programma in cui i concorrenti sono sottoposti ad una serie di domande personali, anche molto invasive, e sono obbligati a dare una risposta. La correttezza o meno di questa è data da una macchina della verità precedentemente utilizzata durante la somministrazione di una serie di quesiti. Ovviamente, secondo le regole dell’audience, gli autori selezionano quelle domande che hanno rivelato i particolari più privati, più personali dei concorrenti. I parenti e gli amici osservano a pochi metri, ed il sadismo dell’interrogatorio si concentra proprio sui punti deboli non solo dell’interrogato ma anche degli spettatori. Non dirò nulla di nuovo. Su questo genere di televisione vengono espressi giudizi in continuazione. Non mi soffermerò quindi a ripetere le solite cose, le solite critiche, i soliti discorsi moralisti, perché alla gente questi programmi piacciono e se il piccolo schermo ci regala cotante perle di cultura è perché il pubblico apprezza. Se commentassi, scriverei solamente banalità. Affronto perciò un argomento diverso. Persone comuni, persone normalissime, accettano di rendere pubblici i propri segreti. Consapevoli del sadismo degli autori televisivi, si vestono si truccano si ingellano si imbellettano per andare davanti alle telecamere a lavare i propri panni sporchi. E il pubblico è pronto a giudicare, a puntare il dito. Ancora una volta, non commento. Quello che mi stupisce -o meglio, non mi stupisce di per sè, ma mi stupisce che non mi stupisca (!!)- è l’atteggiamento sicuro di questi concorrenti. La tranquillità, la decisione con cui si siedono di fronte a tutti per sbandierare la propria esistenza, e per cosa?! Soldi. Ovvio. Come al solito, mi immagino al posto loro… su quella sedia, con gli occhi della platea che mi osservano, non aspettano altro che un segnale per indicarmi e sparare giudizi; con i miei cari che, ignari, stanno per subire una serie di micro shock, uno per ogni altarino che verrà scoperto; con me stesso, con la mia dignità, il mio orgoglio, messi da parte e zittiti, al loro posto un sorriso impostato. Riuscirei mai a rivelare tutti i miei segreti? No, credo proprio di no. Ne sono quasi certo. A meno che non sia sbronzo. La domanda che mi pongo è se sia una questione di carattere o una questione di buon senso. Io sono una persona introversa. Ho un temperamento riservato, a volte chiuso, difficilmente parlo dei miei affari personali. Piuttosto uso metafore… tante metafore. E’ un modo tutto mio per condividere con un amico uno stato d’animo, senza però confessare la ragione che mi scuote dentro. E’ un discorso, questo, che non ha valore assoluto, ma generale. Con gli amici veri, quelli che stanno sul podio (non un podio da tre, uso un modello large), fortunatamente ho imparato ad aprirmi. Uso il termine “imparato” perché, per molto tempo, non ne sono stato capace: l’ho poi imparato, disimparato, e imparato nuovamente. I segreti fanno parte di ogni persona. E’ impossibile conoscerli tutti, anzi… direi sconsigliabile. Non mi riferisco all’idea comune del fascino del segreto, all’idea che le persone restino interessanti fintanto che rimane qualcosa da scoprire, qualcosa di misterioso, dopodiché diventano improvvisamente monotone. Questa, forse, è una concezione figlia della nostra epoca, l’era della noia esistenziale. Mi riferisco invece all’immagine ideale (imago) che abbiamo delle persone che ci circondano. Pensateci: difficilmente riusciamo a soddisfare l’ideale che abbiamo di noi stessi… se conoscessimo tutti i segreti, i pensieri, i turbamenti altrui, come potremmo non soccombere all’evidenza che la nostra immagine idealizzata dell’altro non ha alcuna possibilità di reggere il confronto con la realtà indiscutibile del suo essere? La frase è un po’ complessa forse, ma credo che il senso sia abbastanza chiaro. C’è una zona, dentro a ciascun individuo, che è serrata e non deve essere violata. L’unico modo onesto per ottenerne l’accesso è che l’individuo stesso consegni una copia della chiave nella tua mano fidata. Tutto il resto… è trash. 5月29日 Brillantina e spensieratezzaHo rispolverato ultimamente, senza un perché, l’intramontabile colonna sonora che ha accompagnato un’intera generazione di giovani (non la mia, anche se in un certo senso lo avrei voluto)… sto parlando di Grease, storico film che immortala uno scorcio dell’adolescenza di un’epoca (gli anni ’50). Ascoltando la musica regredisco… in me si scatenano sopite emozioni, di una gioventù che in parte non ho vissuto. E i ricordi che mi si presentano sono due. Il primo in ordine cronologico, e non solo, mi riporta all’età di 13 anni, facevo la seconda media. Ebbene… nella mia carriera sfavillante da attore di recite scolastiche vanto persino la partecipazione alla rappresentazione di Grease! Se ci ripenso… è un’immagine alquanto comica. Un ragazzino buffo e impacciato, alto un metro e ottantavogliadicrescere (in gergo preadolescenziale: alto quanto un comodino), nella parte di uno degli amici di Danny, i T-Birds, che “balla” (tenta di ballare, per essere più corretti) in gruppo a ritmo di “Summer Nights” e delle altre canzoni… che cosa imbarazzante!!! Tenera, comica, ma soprattutto imbarazzante. Sono passati dieci anni e ripenso con un sorriso alle infinite prove, agli sbagli, all’orgoglio della classe nella preparazione di questo spettacolo. Sembra così lontano… un’altra vita. Il secondo ricordo, invece, mi riporta indietro solamente di un paio d’anni. E’ il momento di presentare finalmente anche al mondo della rete il famoso gruppo musicale che ha scalato le vette delle classifiche, il rinomato quartetto canoro da karaoke de “I Ragazzi di Elena”, formatosi per caso una sera di giugno del 2006 e scioltosi quella stessa sera (per paura di ripetersi in un’altra figuraccia plateale) dopo aver posato per la copertina –tranquilli amici non pubblico la foto per ora… ma la tentazione c’è stata- del loro unico singolo “You’re the One That I Want”, una cover della nota canzone liberamente tratta e stonata dal film Grease. Ragazzi, fantastici… non canterò mai più con voi al karaoke in pubblico, ma siamo stati fantastici (soprattutto non condividerò mai più il microfono con Albe, che non è capace di smettere di ridere mentre gli altri tentano in vano di prendere qualche nota, o con Zampa, che non azzecca una parola che sia una! Elena non mi resti che tu…). Cosa evocano queste musiche? Un’aria leggere, diversa da quella che si respira oggi… un’atmosfera frivola, un’adolescenza spensierata, che spesso sento di aver perduto, anzi, di non aver mai realmente sperimentato… che sia come la brillantina, the grease…
Pensieri che mi scorrono per la mente, mentre le auricolari diffondono le note nella mia testa, sull’autobus che mi porta verso l’università. 5月21日 Vacanze romaneMi sveglio stamattina e sono nella mia stanza. Mi vesto, esco, Padova mi aspetta. Ma fino a ieri, fuori di casa, c’era Roma. Cinque giorni romani, vivendo alla giornata. Porto con me ricordi differenti. L’immensità bianca, liscia, marmorea dei monumenti, panorami che le parole non possono ridisegnare, serate in allegria, e dolori alle gambe come testimoni di lunghe camminate lungo le vie caotiche della città. Cosa mi resta nel cuore? Rischio di essere banale: l’apparizione del Colosseo, stagliato contro il cielo, enorme, come lo immaginavo, è un tuffo nel passato indietro di duemila anni; lo scroscio dell’acqua mentre cammino, il rumore che aumenta passo dopo passo, poi spunta dietro l’angolo la Fontana di Trevi, con la sua magia, così imponente in quello spazio piccolo tra gli edifici, Nettuno che guarda la folla; la salita sulla cima dell’Altare della Patria, il panorama leva il respiro, le quadrighe dominano Roma, le gambe inizialmente molli per le vertigini ma che si lasciano poi andare, fiduciose. E tante altre cose. Poche righe non bastano, ma possono dare un assaggio di ciò che porterò con me. Alla città si aggiunge la buona compagnia: Alessia & Diego, compari navigati, e Sabrina, romana doc, compagna di serate, che ci ha portati anche ad Ariccia per farci sperimentare l’ospitalità, la semplicità e la cucina tipica delle fraschetterie (le nostre osterie) della zona. Altro non aggiungo, se non “a presto, Roma”. 5月11日 Riappropriandomi della mia stanzaQuesta sera non sono uscito, sono restato da solo nella mia stanza. Non chiedetemi perché. Voglia di non so che cosa, necessità quasi. Una stanza che da tempo non sentivo più mia… queste mura verde pastello, color del latte e menta, che sono state il mio rifugio così spesso da non poter immaginare una diversa tonalità per il mio conforto. E stasera, che gioia, questa stanza è tornata mia. Ho sfogliato, cercato tra le immagini della mia mente, stampato su carta e appiccicato al muro queste figure vecchie e nuove, forme concrete dei miei pensieri, i miei stati d’animo. Mi sono riappropriato delle pareti, riempiendo i buchi e placando leggermente lo spirito, godendo di immagini che ho reso mie, ritrovando l’equilibrio dentro questa scatola che mi contiene. La mia stanza è come uno specchio… uno specchio della mia anima, irrequieta e caotica, oppure calma e controllata, o spaventata, disorientata, luminosa o buia. Rispecchia la mia realtà nei fogli sparsi a terra, o raccolti nel cassetto; nei libri disposti ordinatamente sugli scaffali, o ammucchiati di fianco al computer, o sul pavimento; nell'invasione o meno di figure alle pareti o nei portafoto; negli oggetti immobili, in attesa, in questi numerosi piccoli soprammobili che nascondono un perché, senza un filo logico tra di loro, in un miscuglio confuso di tendenze che si fondono in quello che mi piace chiamare “il mio stile”. La mia stanza è come la vivo, vagamente statica e costantemente mobile, le posizioni si invertono quando il vento cambia la sua rotta. Ai postumi della felicità rispondo così, attaccando ai muri figure che mi ricordino qual è il mio spazio, il mio posto, sebbene talvolta io stesso tenti ancora di ribellarmi a tutto ciò. Mi sono specchiato nella mia stanza… osservando la polvere e gli oggetti abbandonati, è stato come vedere dentro me stesso… e ritrovarmi. In fin dei conti, sono sempre io… nel bene e nel male, un leggero strato di polvere sempre rimane… anche quando sorrido. 4月20日 La vita secondo Woody“La cosa più ingiusta della vita è come finisce. Voglio dire, la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo... Cosa ottieni alla fine? La morte. Che significa?? Che cos'è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto? Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, cosi ci si leva il pensiero. Poi, in un ospizio dal quale si viene buttati fuori perché troppo giovani. Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare per quarant'anni, fino a che sarai giovane sufficientemente per goderti la pensione. Seguono feste, alcool, erba e il liceo. Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hai responsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre, passi i tuoi ultimi nove mesi galleggiando e finisci il tutto con un bell'orgasmo (si può dire o mi censurano?).” Woody Allen
Premetto che io non sono un fan di Woody Allen. Lo sanno bene i miei amici Massimiliano e Carla, che mi hanno “costretto” a guardare Zelig, uno dei suoi film (ed è finita che ho dovuto tradurre per loro tutte le parti in inglese). Non male, in realtà, sicuramente geniale, ma non è il mio genere. Questa citazione, però, ha attirato la mia attenzione… proprio in un periodo in cui i miei studi mi stanno conducendo a simili riflessioni. Voglio proporla qui, su questo blog. La trovo estremamente interessante, insolito come punto di vista eppure, in un certo senso, perfettamente sensato. Considerando che, fin dal principio della nostra esistenza, lo scopo che ci prefiggiamo è quello di separarci e individuarci come singoli individui, è curioso notare come il processo si inverta nell’arco della vita, nel tentativo di fonderci nuovamente col nostro passato, la nostra storia, i nostri affetti. Forse, in questo senso, il ribaltamento proposto della linea temporale è paragonabile al guardare una strada riflessa in uno specchio, che in esso prosegue il suo percorso. Forse no. Sta di fatto che una vita vissuta al contrario renderebbe tutto estremamente più semplice. Direi che è azzeccato, decisamente. Su questo, nient’altro da aggiungere. 4月16日 OmbrelliGuardavo fuori dal finestrino dell’autobus, ieri mattina, la città bagnata dalla pioggia. Gocce sottili cadono sul mondo, edifici e strade si lasciano sferzare noncuranti, mentre la gente, movendosi sotto una moltitudine di ombrelli variegati per dimensione e colore, si protegge dal cielo stanco. E’ un’immagine che si ripete, nelle giornate di pioggia, che mi regala sensazioni tiepide e lenitive, vive quanto mai. Le persone, solitamente, non amano la pioggia. Si nascondono sotto l’ombrello, si celano alle nuvole quasi temano il loro sguardo, eclissandosi ad esse come esse eclissano il sole, che curiosa reazione. Evitano il contatto con l’acqua che le nubi ci donano quale medicina per la nostra anima spossata, gocce lenitive per lo spirito che, accompagnando per mano le nostre malinconie, le portano via. Dopo la pioggia, il cielo si rasserena. Sempre. Amo osservare le giornate di pioggia. Un tempo passeggiavo sotto l’acqua, mi lasciavo scivolar via tutte le emozioni grigie insieme allo scorrere della pioggia, i sensi tacevano, focalizzandosi sul rumore dello scroscio e sulla sensazione di bagnato tra i miei capelli. Lo facevo, qualche volte. Poi si cresce, e il tempo per fare certe cose, purtroppo, non c’è più. Guardavo fuori dal finestrino dell’autobus, ieri mattina, la città bagnata dalla pioggia. E ripensavo ad una conversazione fatta durante la notte. Sogno spesso di volare, ho raccontato. Così mi immagino di sollevarmi dal suolo, in quella giornata di pioggia, di avvicinarmi alle nuvole e di osservare giù, lo sguardo sul mondo, e resto stupefatto dall’immagine che i miei occhi inaspettatamente raccolgono. Una distesa grigia di strade, palazzi, edifici, punteggiata di colori di ogni sorta, in movimento. Un giardino pieno di variegati fiori ottagonali, che si muovono al vento. Vedo un prato inaridito che si lascia irrigare dal cielo, che non ha smesso nonostante tutto di far nascere qualche fiore colorato, ognuno dei quali nasconde una speranza. Una città colma di ombrelli, ognuno dei quali nasconde una persona. E le nuvole, innaffiando le strade, leniscono l’anima di chi si lascia bagnare, se non sulla pelle, almeno nel cuore. Di chi, serenamente, non si cela completamente sotto ad un ombrello… Adoro le giornate di pioggia. Anche quando mi si rompe l'ombrello... 4月5日 Stream of consciousness in una e-mail di inizio AprileChe giornata strana… densa di sensazioni. I pensieri malinconici dei giorni scorsi sono scivolati via… so che torneranno, ma ora sono lontani. Oggi aria di cambiamento. Lo sento, dentro di me, senza un perché. Studio fiacco, sonno primaverile, mente altrove, mentre il libro resta aperto sulla stessa pagina. Ho avuto un impulso, ZAC! Non mi riconosco più allo specchio, e non so dirmi se ciò mi piaccia o meno. Ma, fatto importante, non mi dà senso di angoscia. Ieri sera sono stato da un’amica, abbiamo scandito il tempo con un dado, e dato prova delle nostre competenze infantili (di quelle che non passano mai). Da due giorni non parlo con la ragazza bianca, e mi domando come sta. E la ragazza nera? Non la conosco… mi hanno detto che lei c’è, ma io non l’ho mai incontrata. Forse perché, quando mi vede, si toglie la maschera. Ho voglia di leggere i caratteri rossi. Il mio gatto ha sentito la mia mancanza. Sono restato con i miei pensieri e lui mi ha cercato, per due volte. Ha respirato su di me, la sua pancia contro la mia. Fiducia assoluta, affetto incondizionato. In questi giorni io mi basto. Non sento il bisogno di conforto, l’impulso di raccontare i miei turbamenti. Li contengo, cullandoli. Non avverto la necessità di condividere le soddisfazioni. Le tengo per me, assaporandole. Penso al prossimo futuro. Vedo tante cose, rapide. Sento fin d’ora un vuoto, e vedo già un caldo abbraccio che ancora non so definire. Eventi mutevoli e speranze che potrebbero svanire come cera, alla luce scottante di una fiamma improvvisamente traballante. Per il momento la fiamma ondeggia nel vento, una brezza calda che soffia dall’ovest. Parole vere che scrivo ad una persona preziosa, messaggio confuso prima di chiudere gli occhi anche stanotte. Occhi che nascondono, dietro le palpebre, inconsistente sabbia bianca… 3月30日 Tutto per un solo momentoGuardate il video.
Adesso, solo una domanda: E’ giusto rinunciare a tutto per un unico, fugace, momento che sia però di vera felicità?
…credo che non ci sia una risposta corretta… più ci penso, più scuoto la testa, indeciso…
Probabilmente, nel momento in cui ci si trova di fronte alla scelta, la soluzione appare chiara e semplice. Almeno, me lo auguro. |
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